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Game of Thrones, inaspettato monito all’immortalità

Posted: Fri, July 05, 2013 | By: Italian



Game of Thrones metafora transumanista: o si vince, o si muore

Game of Thrones metafora transumanista: o si vince, o si muore

by Roberta Betti

​L’ingresso a pieni voti nella cultura popolare/geek (mai come ora in questo periodo le due categorie coincidono, si sovrappongono, si demistificano l’una con l’altra e danno vita ad appassionanti ibridi di modalità ridefinitorie dell’etica) di uno show sensibilmente sprezzante delle vite di protagonisti e non, unificate sotto il segno del decesso esercitato come marchio di riconoscimento e, insieme, di afflizione volutamente provocata ai danni dello spettatore- pone sotto nuova e rinnovata luce l’opportunità di ridefinire, ai limiti dell’impossibile, la propria vita in chiave epica, immortale e perpetuamente rinnovabile.

Come in ogni saga che si rispetti, difatti, Game Of Thrones muta la nostra concezione della fatalità in diretta antitesi con certe categorizzazioni deterministiche secondo cui “si è per quello che si è”, nascendo, morendo e svolgendo perciò una certa quantità di operazioni più o meno significative durante questo lasso di tempo. Lo spessore figurativamente ultrafanico di una vita vissuta ai limiti della soprannaturalità grazie alle tecnologie che verranno poste in essere, versus il perituro ripetersi di una trama umana che vede sempre piccoli segmenti limitati, esistenzialmente e strutturalmente, compiere ciò che il Tempo riserba loro. Di certo non si può ingiungere che la morte sia desiderabile, perlomeno nei confini dello show: ciò che viene effettivamente impetrato è la sconfitta del Nemico, estensivamente delle proprie Nemesi, timori confusi che spesso fanno capo ad un’identità minacciata da una discreta limitatezza esecutiva.

Gloria e potere, ricchezza e ricerca malcelata di una post-scarcity economy (velleità rappresentata dal Re Robert Baratheon in primis, estesa successivamente alla famiglia Lannister e mostrata come carattere persuasivo nelle altre stirpi che concorrono alla lotta per il trono) sono indubitabilmente grandi motori della nostra specie, la quale non può sottrarsi- prescindendo da credo, razza e convinzioni personali- dalla ricerca imperitura di un benessere status-quo. Si può assumere, in ottemperanza alle convinzioni di stampo marxista secondo cui i bisogni sono variabili e finiti, che una volta abbattute le intrinseche differenze di classe, i sommovimenti psicologici osservabili nella classe operaia (per comparazione con l’attuale periodo storico in cui viviamo, i lavoratori del settore secondario e terziario scarsamente retribuiti), ovvero l’assunzione di un mindset nominativamente finito per estensione di desideri, assunti per l’appunto come limitati, diano luogo ad uno shift in termini di concezione immortalista non più vista come parossistica e in un certo senso “inutile” del prolungamento della vita, già espugnata dal fatalismo incombente, a causa della mancata accessibilità ai mezzi di sostentamento (credito, salario), ma come una nuova opportunità revitalizzante e salutare, nettamente separata dai concetti di una selezione eteroindotta, perciò darwiniana (a morire, nel telefilm, è sempre il meno scaltro o il povero), in modo da realizzare finalità nell’equità definitive. nota dell’immortalità come prospettiva di liberazione definitiva dal “sembiante”, per concentrarsi su un modello di sviluppo denunciante le inutili crudeltà della vita, sia che esse promanino da uno show televisivo o dall’esistenza quotidiana, sembra dunque un passo di presa di coscienza imprescindibile per il grande salto transumanista.



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