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Su come la ricerca della Mereologia dimostri l’essenzialità dell’immortale [Parte prima]

Posted: Sat, July 06, 2013 | By: Italian



di Roberta Betti

Ascrivere attributi psico-fisiologici alla macchina cervello, secondo un manifesto programmatico dal contenuto inequivocabilmente accettabile, senza imporre una cautela già perlopiù raggiunta nella formulazione del giudizio, è sicuramente stata fino a pochi decenni fa reputata un’attività degna di conclusioni aporetiche da antichi dialoghi filosofici, permeata da visioni concorrenti. Le correnti prepotentemente ciceroniane, secondo le quali beni corporali ed esterni, facendo capo ad una visione bollata come essenzialmente materialista del “reale” circostante, negando di fatto una “spiritualità” avocata dalla trama sociale umana come matrice essenziale per dipanare un esistenzialismo maturo in apparente netto contrasto con la visione meramente epicurea, fanno tutt’oggi parte di una visione antitetica agli ideali di pars destruens, in cui determinate sensazioni vengono rifiutate nel loro tentativo di essere attribuite a certi contenuti secondo una rappresentazione biiettiva, lasciando che al contenuto A corrisponda un fattore B il quale è in grado di autogenerare una risposta autocompatibile con il suo predicato.I concetti impiegati per discutere di determinate facoltà psichiche fanno dunque capo ad una cornice ben separata dagli impieghi generalisti della parola non ancora adeguatamente svezzata per far parte di usi linguistici propri delle neuroscienze, seppur trattate con rigore. A tale proposito Wittgenstein si esprimeva descrivendo:

Soltanto dell’uomo vivente, e di ciò che gli somiglia (che si comporta in modo simile) si può dire che abbia sensazioni; che veda, che sia cieco, che sia sordo, che sia in sé o che non sia cosciente. [Wittgenstein, Ricerche filosofiche. § 281]

Ciononostante, le visioni che inficiano l’opera sine consilio dell’Universo (e dunque di tutto ciò che ne discende, come la mente), diventando una sorta di costituzione morale-politica nell’ideologia di chi s’oppone al sommo bene di una perpetuazione memetica ironicamente antiepicurea proposta da Cicerone (“nessuno può essere felice quando si trova fra i mali; d’altra parte il sapiente può trovarsi tra i mali, dato che esistono dei mali del corpo o della fortuna”) [Tusculanae, V 8, 22], corredata da epiteti pesanti rivolti ai superstiziosi di ogni genere, che potremmo tradurre in una consolidata sfiducia da parte dell’Umano di accettare il naturale progresso che comporterebbe, secondo una visione finalmente auto-finalistica, il superamento delle reazioni di stampo aggressivo onde tracciare concrete linee di svolta, sovratestuali nella storia antropologica (“Magari gli dèi avessero elargito la saggezza agli Stoici, per evitare che prestassero fede a tutte le superstizioni!”) [De divinatione II, 86], raggiungono vette agoniche di contrasto con tali visioni, da cui s’evince che il mondo è opera di Natura, e non di intermediazione prolungata o estemporanea (teistica o deistica) di stampo divino.

Il modello teoetotomistico di subordinazione etica, fonte di un radicamento cognitivo basato sulla compiacenza comune di gruppi umani dediti al soddisfacimento della ratio cognoscendi inerente la distinzione bene/male (non così spiccatamente dualistica, come vedremo) attuata per attributi distanti dall’evidenza empirica, non fornisce perciò comportamenti completamente adatti alle circostanze sociali, né tantomeno chi vi s’adatta è in grado di discernere sotto un’ottica obiettiva i fattori di cui la ragione e la sua intrinseca sensibilità ammette libero esame (fine parte 1)



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